Forme della solitudine

Avalancha #1

Ci sono album che appartengono a un’epoca e altri che sembrano anticiparla.Avalancha degli Héroes del Silencio, pubblicato nel 1995, appartiene alla seconda categoria: un disco che, a più di trent’anni di distanza, continua a suonare inquietantemente attuale.Fin dalle prime note, Avalancha porta con sé una sensazione di tensione, di movimento inevitabile. È un album oscuro, ma non semplicemente dark: la sua oscurità nasce dal conflitto, dall’insoddisfazione, dal desiderio di sfuggire a qualcosa che non si riesce fino in fondo a nominare. Le chitarre di Juan Valdivia sono taglienti e solenni, la voce di Enrique Bunbury sembra arrivare da un luogo sospeso tra rabbia, inquietudine e visioni, mentre la ritmica amplifica quella sensazione di vertigine che attraversa l’intero disco.Il titolo stesso è una dichiarazione: una valanga non si ferma, travolge, trascina con sé ciò che incontra. E ascoltando oggi brani come Opio, Deshacer el mundo, Iberia sumergida o la title track, è difficile non riconoscere alcune delle inquietudini del presente. Alienazione, disillusione, identità, perdita di punti di riferimento, bisogno di rompere gli schemi: sono temi che non hanno perso forza. Anzi, in un’epoca dominata dall’iperconnessione, dall’esposizione continua e dalla velocità, l’oscurità di Avalancha può risultare persino all’avanguardia. È un disco che non cerca di rassicurare. Non offre risposte facili e non addolcisce il disagio. Lo mette in scena, lo trasforma in suono, lo rende fisico.Ed è forse proprio questa la sua attualità: Avalancha non parla soltanto degli anni Novanta: parla di quella parte di noi che continua a sentirsi tra due terre, sospesa tra ciò che era e ciò che potrebbe essere. Parla del desiderio di distruggere un mondo per poterlo ricostruire, ma anche della paura che, una volta iniziata la caduta, non sia più possibile tornare indietro.A distanza di decenni, Avalancha resta quindi un album ruvido, teatrale, febbrile. Un disco che a ogni ascolto non può che migliorare.