Forme della solitudine

Cloverfield #1

Ci sono film che appartengono a un genere e altri che, quasi senza accorgersene, finiscono per trascenderlo. Cloverfield (2008), nasce come un film horror, ma la sua vera forza non risiede soltanto nella creatura che devasta New York. Il mostro è quasi un pretesto: ciò che il film racconta davvero è la fragilità dello sguardo umano e della solitudine che lo caratterizza.Tutto ciò che vediamo passa attraverso una visione instabile, parziale, incapace di offrire una panoramica completa degli avvenimenti. La città non viene osservata dall’alto, come in molti film catastrofici: siamo dentro la folla, nei vicoli, tra edifici che crollano e persone che corrono senza sapere dove andare. La macchina da presa trema, perde il fuoco, interrompe il racconto. E proprio questa imperfezione produce una sensazione sorprendente.Cloverfield è anche un film sulla memoria. La storia viene affidata a una registrazione recuperata, una sorta di reperto audiovisivo sul quale si sovrappongono due tempi: quello della vita quotidiana, fissata sulla videocassetta prima della catastrofe, e quello della distruzione che la cancella. Il film diventa così una riflessione involontaria su ciò che scegliamo di conservare quando sappiamo, o immaginiamo, che tutto potrebbe finire.Il vero contrasto del film non è soltanto tra esseri umani e creatura, ma tra la normalità e la sua improvvisa dissoluzione. L’apocalisse acquista significato proprio perché arriva a interrompere una storia privata. Ed è qui che Cloverfield supera il genere horror. Il terrore non nasce soltanto dall’ignoto, ma dalla perdita del controllo, dall’impossibilità di ricostruire una spiegazione a quanto vissuto. Non sappiamo da dove venga la creatura, perché attacchi, se esista una via di fuga: come i protagonisti, anche noi siamo confinati in una prospettiva limitata.A distanza di anni, Cloverfield resta quindi interessante non semplicemente come spettacolare film di mostri, ma come esperimento narrativo sulla percezione, sulla memoria e sulla necessità umana di raccontare ciò che non può essere pienamente compreso. Il suo orrore più profondo, alla fine, non è quello del mostro: è la consapevolezza che la realtà può trasformarsi in un attimo in qualcosa che non sappiamo più interpretare.