Ryu #1
C’è un elemento che accomuna molti dei cartoni animati che hanno segnato gli anni Settanta e Ottanta: la presenza, chiara e riconoscibile, della lotta tra il bene e il male.
In Ryu il ragazzo delle caverne questa contrapposizione assume una forma quasi archetipica, che va perfino a incrociarsi con la questione dello stato di natura. Ryu vive infatti in un mondo nel quale la violenza, la sopraffazione e la legge del più forte sembrano essere la normalità. Eppure, il protagonista sceglie di vivere una vita fatta di principi, trasformando la propria forza in uno strumento di difesa.
Il bene e il male, in questi racconti, non erano concetti astratti. Avevano un volto, un comportamento, delle conseguenze. Il male poteva essere rappresentato dalla prepotenza, dall’avidità, dalla volontà di dominare; il bene, invece, dalla solidarietà, dal coraggio, dalla lealtà e dalla capacità di sacrificarsi per gli altri.
È interessante osservare quanto questa struttura narrativa fosse presente nei cartoni di quegli anni. Dai robot alle serie d’avventura, dai supereroi ai racconti ambientati in mondi fantastici, il giovane spettatore veniva continuamente posto davanti a una domanda molto semplice: da che parte vuoi stare?
Quella chiarezza permetteva ai ragazzi di confrontarsi con temi fondamentali: la responsabilità delle proprie scelte, il valore dell’amicizia, il coraggio di opporsi all’ingiustizia e la possibilità di utilizzare la forza senza trasformarsi in ciò che si combatte.
Ryu rappresenta bene questo modello. Non combatte semplicemente perché è più forte degli altri. Combatte perché rifiuta un mondo in cui il più potente possa decidere il destino dei più deboli. La sua battaglia diventa quindi anche una scelta morale.
Forse è proprio questo uno degli aspetti più interessanti dei cartoni animati di quella stagione: attraverso storie apparentemente semplici riuscivano a proporre ai ragazzi una sorta di educazione sentimentale e morale, senza assumere il tono di una lezione.
Il bene poteva vincere, ma non gratuitamente. Bisognava lottare, affrontare la paura, accettare il sacrificio e, soprattutto, scegliere. Forse è anche per questo che quei cartoni, a distanza di tanti anni, continuano a parlarci.


