Il maestro Miyagi #1
Inizio, doverosamente per quanto riguarda me e la mia vita, gli approfondimenti sui capitoli di Forme della solitudine con un post sul Maestro Miyagi e su Karate Kid, che tanto ci hanno fatto sognare. Per orientarsi circa i contenuti del libro, si può consultare l’elenco degli interventi e dei media allegati QUI.
Per molti della mia generazione, il Maestro Miyagi non è stato semplicemente un personaggio di Karate Kid. È stato una figura educativa capace di insegnare che il valore di una persona si misura dalla capacità di conoscere sé stessa, rispettare gli altri e affrontare le difficoltà. Miyagi, tra le altre cose, ha insegnato il valore della qualità di quello che si conosce e non della quantità. Ha insegnato, come i migliori maestri, che la perfezione non esiste e che il viaggio migliore (e più difficile) da fare è quello in sé stessi.
Interpretato magistralmente da Noriyuki “Pat” Morita, il signor Miyagi diventa per Daniel LaRusso molto più di un maestro di karate. Diventa una guida, quasi una figura paterna, capace di accompagnare un adolescente in un momento delicato della sua crescita. La cosa interessante del suo metodo educativo è che Miyagi non insegna attraverso grandi discorsi o scopertamente, ma lo fa attraverso l’esperienza, in maniera indiretta. Daniel pensa di dover imparare a combattere e si ritrova a lavare automobili, lucidare pavimenti, verniciare recinzioni. Solo dopo che il suo pragmatismo americano sembra avere la meglio sulla fiducia, comprende che quei gesti apparentemente banali stavano costruendo disciplina, concentrazione, conoscenza e memoria muscolare. Miyagi insegna anche il rispetto. Non alimenta la rabbia di Daniel, non trasforma il karate in uno strumento di vendetta e non gli insegna a sentirsi superiore agli altri. Al contrario, gli trasmette l’idea che la vera forza sia soprattutto capacità di controllo.
E forse è proprio questo il punto che oggi meriterebbe di essere riscoperto. Per molti giovani di oggi il Maestro Miyagi è un personaggio quasi sconosciuto, perché è troppo vecchio, appartenendo a un passato all’apparenza inattingibile. Gli adolescenti di oggi, i miei alunni, non hanno vissuto il successo di Karate Kid negli anni Ottanta, non hanno conosciuto quel cinema attraverso il quale intere generazioni hanno ricevuto, spesso inconsapevolmente, messaggi importanti sull’amicizia, sul bullismo, sulla disciplina e sulla crescita personale.
Eppure Miyagi avrebbe ancora molto da dire ai ragazzi di oggi. In un’epoca nella quale tutto sembra dover essere immediato — risultati, successo, riconoscimento, visibilità — il suo insegnamento ricorda il valore della pazienza. In un mondo nel quale spesso la forza viene confusa con l’aggressività, Miyagi mostra che essere forti significa saper scegliere quando combattere e, soprattutto, quando non farlo. Forse dovremmo far conoscere di nuovo questo personaggio ai più giovani e il mio libro si muove anche in questa direzione. Non per nostalgia, però, né per una supposta superiorità generazionale, ma semplicemente per recuperara l’universalità di alcuni messaggi che Karate Kid ha saputo veicolare.
“Metti la cera, togli la cera” è diventato uno dei tormentoni più celebri del cinema, ma dietro quella frase c’è molto più di una battuta. C’è un’idea semplice e potente: educare significa aiutare qualcuno a diventare ciò che ancora non sa di poter essere. E il Maestro Miyagi (e chi lo ha creato), in questo, è ancora un grande maestro.


