venerdì 5 marzo 2010 (Post n° 288)
Ho incontrato Pasolini

Ho incontrato Pasolini

Oggi ricorre l'anniversario della nascita di Pierpaolo Pasolini e a me piace ricordarlo con questo mio racconto di qualche anno fa.

Ho incontrato Pasolini, ancora una volta.
Stavolta è quella definitiva. Ho sentito il circolo diventare perfetto.
Oggi sono trenta anni che non abbiamo più il dono della sua persona.
Mi ricordo ancora la prima volta che l’ho incontrato, sempre sotto la metropolitana a Roma, nel senso inverso rispetto a quello di oggi.
Aveva gli stessi capelli ricci degli ultimi giorni, e mi guardava da quello spioncino che aveva negli occhi. La giacca a costine marrone, tipica di intellettualini piccoli piccoli, indosso a lui ritrovava una ragion d’essere, un fondamento storico.
Si appoggiava stancamente ad uno dei sostegni quotidiani della povera gente, e sembrava mi dicesse che anche io, nonostante le mie velleità da scrittore, altro non ero che un fortunato che aveva potuto studiare, un contadino speculativo. A lui, la povera gente, la massa, interessavano da sempre, ma adesso lo vedevo molto stanco e tirato, come se avesse continuato per la sua strada nonostante tutto. Prima che l’onda di piena dell’ora di punta mi conducesse con sé, ho fatto in tempo ad imprimermi nel cuore le sue mani, dure e gentili, che cercavano disperatamente di attaccarsi a questa realtà, per non scivolare verso l’oblio delle passate genti.
Con lui non ho mai parlato.
Mai mancanza è sfociata così tanto in rabbia storica.
Ma ho continuato a vederlo.
La seconda volta era soltanto uno sguardo al di sopra degli altri. Quando io cammino, ho l’abitudine, forse pessima, di guardare in basso, e non verso l’orizzonte. Ad ogni modo, in uno dei semafori più lunghi di Roma, quello di via dell’acqua bullicante per intenderci, l’ho visto dall’altra parte della strada, ad attendere anche lui il suo turno per passare di qua. Non era in prima fila. Ma il suo sguardo cristallino creava pareti diafane tra la folla, permettendoci di intravedere tutti i discorsi mai fatti e mai ascoltati. Questi discorsi, tanto fragili e pallidi nei contorni, quanto tosti e complici nella sostanza, forse per una maledizione hegeliana che vuole i contorni adeguati al concetto della sostanza, si sono persi tra le rughe del suo volto, e non sono mai arrivati intatti al mio sguardo.
Marx.
Engels.
Gramsci.
Ernesto Guevara de la Serna.
Pasolini.
La linea retta da tracciare è questa.
È anche una linea umana sostanzialmente fatta di verità. Non la verità millantata dai pensieri universalistici ma quelle particelle isolate che vi colpiscono in mezzo a mille, anzi un milione, e che vi portate per sempre nelle vostre valigie temporali. Con questo non voglio dire che ho la ricetta per incontrare sempre queste particelle, né che faccio parte di una linea retta di questa portata: come ripeto, sono soltanto un semplice contadino che ha avuto la possibilità di esprimere alcuni suoi pensieri in una qualche forma.
Il terzo incontro con Pasolini è stato in sogno. Purtroppo di questo incontro al risveglio non ne è rimasto nulla, e a niente sono valsi i miei sforzi per riportare nel tempo ciò che era ormai nel flusso delle cose non dette e non fatte.
E qui si torna.
E qui si torna all’inizio.
E qui si torna all’inizio di tutta la storia.
Il quattro non è neanche un numero particolarmente magico come il tre, o il sette, o addirittura il dieci. È un numero a metà. Divisibile a metà. Guardabile a metà. E questa storia sostanzialmente va divisa così. La partenza e l’arrivo. Con la stessa giacca a costine marrone, con gli stessi capelli ricci sulla testa, ma con una disperazione negli occhi ormai definitiva.
Che vi devo dire, che aveva finalmente scoperto di essere morto perché la gente lo commemora soltanto in occasioni speciali? Che anche lui ormai aveva fatto tutto quello che era umanamente possibile? Che il vento della misantropia aveva soffiato anche dalla sua parte? Che le persone ormai cancellano il passato ogni sette o dieci anni come il casellario giudiziario? È questo che volete sentirvi dire. Va bene. Da domani, trenta anni e un giorno, anche lui tornerà su quelle rotaie della Roma del suo tempo che, stancamente e inesorabilmente, lo condurranno indietro, sempre più indietro, verso l’esterno dell’umano sentire.

Tratto da Storie Radioattive, pubblicato da Il Rovescio editore

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